Cosa significa TABÙ quando a raccontarlo è chi, troppo spesso, si trova dall’altra parte dello sguardo degli altri?
Abbiamo chiesto agli Indomiti, il progetto editoriale de Il Giardino del Baobab che raccoglie le parole e i pensieri di persone con disabilità comunicative, di raccontarci il loro punto di vista sul tema TABÙ.
Francesca e Debora partono da due prospettive diverse, ma arrivano a una domanda comune: quanto siamo davvero capaci di vedere e ascoltare una persona senza fermarci all’apparenza o al pregiudizio?
Francesca Cavazzoni – Il tabù dietro le parole
Tabù è nascondere noi stessi dietro le parole, non poter esprimere liberamente i propri desideri e fantasie.
Dove c’è paura di esprimersi c’è un tabù da affrontare.
Credo però nel detto “non dare perle ai porci”. Ci sono persone che, per ignoranza o superficialità, non riescono a mettersi nei panni degli altri e, soprattutto, sono sempre pronte a giudicare.
Il loro parlare è costruito su preconcetti e la loro capacità di ascolto assente.
Il loro parlare è frutto di emozioni non elaborate, prive di pensieri propri.
Le parole hanno una loro dignità, che nasce dalla verità del cuore.
Non amo parlare di me con chi non mi conosce, la mia essenza è intuibile a pochi.
Le parole non bastano a definire una persona nella sua completezza.
Il dolore e la fatica che la vita inevitabilmente ci consegna, sono per me un tema intimo, personale, che custodisco con cura.
Sì, parlare di me è un’impresa difficile, per me è un tabù.
Sì, fertile è la linfa vitale che scorre in me, e mi è difficile spiegarlo a chi ascolta soltanto con sufficienza.
Io so chi sono e non mi lascio turbare né confondere dall’opinione degli altri. Quello che mal sopporto, però, è l’incomprensione.
Ecco allora che, oltre alla riservatezza che mi caratterizza, è il timore di non essere compresa che mi impedisce di raccontarmi agli estranei.
Codardia o autoconservazione?
Fare spazio alla posizione che ciascuno desidera avere nella società deve essere un diritto di tutti noi, senza sentirci giudicati o derisi. Un mondo nuovo può essere più gioioso e pacifico.
Debora Strozzi – Pensante sono
Sento di essere un tabù per chi mi vede per la prima volta: non sa se girarsi dall’altra parte o salutarmi con pena.
Vedo poca speranza nel cambio di rotta di questa prospettiva.
Di fronte a questo mi sento impotente. Non sono disposta a elemosinare comprensione né a farmi conoscere da chi mi guarda con pena.
Cerco di tenere viva la speranza nel mio cuore, ma è difficile sentirsi visti da chi preferisce fermarsi all’apparenza, senza andare in profondità e conoscere la situazione unica e personale di ciascuno.
Non si parla di questo tabù perché le persone sono convinte che i disabili siano non pensanti.
Vedo la pietà negli occhi di chi mi incontra per la prima volta , è abbastanza che mi diano un’occhiata con sufficienza.
Vorrei che capissero che un disabile è pensante anche se non ha l’uso della parola.
Vorrei che parlassero con me e mi dessero la possibilità di interagire con loro.
Vorrei che si immedesimassero nella situazione di chi si trova in difficoltà e provassero l’ebbrezza della non inclusione.
Sono disabile, non fermarti all’apparenza, interagisci con me, pensante sono.